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Cambogia

I templi di Angkor, la città riemersa dalla giungla

I templi di Angkor, la città riemersa dalla giungla
marzo 02
14:48 2015

Difficile trovare le parole giuste per descrivere la bellezza di Angkor: impressionante, immensa, maestosa… Gli aggettivi si sprecano per quest’antica città che per più di cinquecento anni fu il cuore pulsante del grande e potente impero Khmer.

Quello che oggi resta è solo una minima parte della rete di strade, bacini, canali e templi che un tempo erano solcati da oltre un milione di abitanti. Una cifra immensa se si pensa che nello stesso periodo, l’arco di tempo che va dal IX al XV secolo, in Europa Londra era ancora una cittadina.

L’oblio dopo lo splendore

Gli imperatori che si succedettero alla guida dell’impero vollero ognuno lasciare un segno tangibile della loro grandezza, edificando templi maestosi le cui pietre furono scolpite da abili mani che crearono bassorilievi di una perfezione e finezza incredibile.

Come tutte le grandi civilità, anche quella Khmer ad un certo punto scomparve, inghiottita da sconfitte cocenti sul campo di battaglia contro i thailandesi. Costretto ad abbandonare Angkor, il popolo Khmer si ritirò nei territori più a sud e la città, che prima era stata un centro brulicante di vita e di tesori, venne dimenticata. Fu come se un enorme manto fosse stato calato su strade e templi, dimenticati e lasciati in balia della giungla, che piano piano, silenziosa, inghittì ogni pietra in un abbraccio sempre più stretto e soffocante, fino a far scomparire la città.

Un oblio durato più di 400 anni e interrotto dalla curiosità di un esploratore francese, Henri Mouhot, che nel 1860 ritrovò i resti dell’antica città e la strappò al groviglio della giungla, riportata alla luce.

Ankor_bambina

Un fascino ipnotico e potente

Il legame con la giungla è però ancora saldo, e anche oggi i templi, pur essendo visibili e alla luce del sole, rimangono avvinghiati alla vegetazione: alberi enormi che paiono spuntare dal ventre dei templi, languide radici che stringono antichi stipiti e strisciano lungo i muri, rami che si sono fatti strada tra le fessure e hanno reso le pietre la loro casa.

È in questo indissolubile legame tra costruzione dell’uomo e natura, tangibile e visibile, che risiede molto del fascino di Angkor.

Gli stessi bassorilievi riproducono schiere di affascinanti divinità femminili che nelle loro mosse sinuose e voluttuose sembrano imitare l’avanzare delle radici. Si narra che queste divinità, chiamate apsaras, potessero condurre alla follia, e ad osservarle da vicino non è difficile crederlo: seguendole con lo sguardo, mi è sembrato di vederle davvero danzare, tanto sono minuziose e ricche di particolari.

I simboli impressi nelle pietre di Angkor hanno un fascino ipnotico ed enigmatico, lo stesso dei volti sorridenti di Buddha scolpiti nel tempio di Bayron, uno dei templi più belli e maestosi.

Il loro è un sorriso incantatore, tra il dolce e il beffardo, difficile interpretarlo come difficile è tuttora definire quale fosse la destinazione d’uso della città, a metà tra luogo sacro e metropoli dei tempi antichi.

Il terzo elemento: l’acqua

Girando per il sito archeologico ci si rende presto conto come l’acqua, assieme alla pietra e alla vegetazione, sia il terzo elemento di Angkor; la città fu costruita in un’area paludosa e per poter erigere i templi gli ingenieri Khmer dovetterò progettare sofisticati sistemi di condutture per incanalare l’acqua e bonifificare il terreno, creando al contempo enormi bacini che fungevano da riserva idrica per la stagione secca.

Non solo edifici religiosi dunque, ma anche opere d’ingegneria idraulica che testimoniano il grado di sviluppo della società che li creò.

I templi di Angkor sono tantissimi e distribuiti su una superficie immensa, tanto che per visitare la cittadella non basta un giorno ed è necessario attrezzarsi con i motorini o le biciclette.

Il tempio più visitato è Angkor Wat, la porta d’ingresso alla cittadella, divenuto famoso perché set del film Tomb Raider. Percorrendo la lunga via lastricata che solca il fossato attorno al tempio, mi sono sentita anch’io un po’ esploratrice e ho ammirato estasiata le alte guglie del tempio che si ergono contro il cielo e si tingono di rosso contro il tramonto cambogiano. Non sono spettacoli che si vedono tutti i giorni!

Angkor Wat

Ma forse i templi più affascinanti sono quelli minori, rimasti avvolti nella vegetazione, dove si possono percorrere lunghi corridoi avvolti nell’oscurità e toccare la roccia nuda, che profuma di foglie e di acqua.

A guardarli, alcuni di questi templi sembrano essersi piegati, come si fossero inchinati alla forza ineluttabile della natura e le rendessero omaggio.

Pietra, vegetazione ed acqua dunque, ma anche mistero, fascino, armonia delle proporzioni e una grande coralità che investe tutti gli edifici e i dettagli di Angkor, rendendola un luogo unico, pieno di mille significati che pare di sentir sussurrare tra le crepe e le fessure delle pietre.

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Autore

Silvia Romio

Silvia Romio

Instancabile viaggiatrice, sono fondatrice e autrice del blog di viaggi Viaggiolibera.it. Mi occupo di vendite e marketing per i mercati esteri e contemporaneamente coltivo la mia passione per la fotografia, concentrandomi soprattutto su reportage di viaggi e di matrimonio. Unendo l’amore per la scrittura e la fotografia, da qualche anno ho iniziato a dedicarmi anche al marketing turistico, raccontando i luoghi e le realtà territoriali in parole ed immagini.

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